L’8 ogni giorno #1

Piccole cose…

― La qui presente Boitani Francesca, nata a Roma e ivi residente sporge denuncia per il furto subito nel suo appartamento ubicato in Roma alla via Cerveteri 21, quarto piano, scala B, interno 9. Allora signorina, mi dica cosa le è stato sottratto.

― Tutti i miei sogni brigadiere.

― Allora… tutti i miei soldi. In ammontare di?

― Non i miei soldi. I miei sogni.

― Tutti i miei sogni. In numero di? Quanti erano questo sogni signora Boitani? 

― Tantissimi… davvero tanti. Tutti quelli che può avere una ragazza.

Ph Vincenzo Saputo

Vedo per la prima volta il cortometraggio di Paolo Genovese solo pochi giorni fa (Reblog di un articolo del 29/11/2017), in occasione di un convegno organizzato il 25 Novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Confesso che mi aspettavo senza dubbio una ricostruzione interessante ma avevo, in qualche modo, la presunzione di conoscere a priori quale ne sarebbe stato il contenuto: probabilmente avremmo visto i segni di quella violenza che le donne sopportano da sempre; probabilmente ci sarebbe stata una donna che dopo averne subite tante – fisicamente e  psicologicamente – comprende che è giunto il momento di dire basta; probabilmente una donna avrebbe invitato tutte coloro che condividono lo stesso trascorso di abusi a denunciare il proprio aguzzino; e certamente le immagini sarebbero state forti, di quella potenza visiva ed emozionale che non può lasciare indifferenti.

Eppure Paolo Genovese, con una sceneggiatura che risale al 1999 – di un’attualità sconcertante nonostante abbia superato il traguardo della maturità – pur non disattendendo le aspettative, ti introduce in un universo sconcertante. Non manca nulla di quei probabilmente e certamente che ronzavano nella mia testa ma c’è tanto di più: c’è tutto di quel macrocosmo che è l’anima di una donna violata. E non solo di una donna violata.

Ph Nelita Specchierlla

Ma il regista non si ferma qui. Non gli basta aver individuato con acuta perspicacia quanto si agita nel mondo emotivo di chi, come Francesca, è stata derubata, disillusa, tradita nelle speranze essenziali proprie del sentimento femminile: è necessario rendere inconsueta e originale la struttura narrativa scegliendo, per condurci in questo viaggio,  una modalità fatta di contrasti. E si rimane subito ammaliati da un dialogo sapiente, da una formula comunicativa la cui forza è amplificata dall’uso di due piani espressivi inconciliabili. Da un lato un linguaggio tecnico, concreto, teso a individuare con freddo pragmatismo l’entità materiale del danno e dall’altro il linguaggio dell’anima, dei desideri, dei sogni, focalizzato su ciò che non salta subito agli occhi, che è intimo, invisibile, ma non per questo meno tangibile per chi sta vivendo quel dramma. Una dicotomia che ha il sapore amaro dell’umorismo pirandelliano. Sa strapparti una risata mentre lacrime e sangue grondano. Un’impronta umoristica che non è comicità. Essa non resta in superficie, scava, va a fondo, indaga laddove le ferite non si rimarginano con facilità perché è nell’anima che ogni vittima di violenza viene lacerata. È il suo cuore che viene lentamente ma irreversibilmente ridotto a brandelli.

― Ora mi descriva il contenuto dei sogni sottrattigli, signorina Boitani.

― … sicuramente l’amore… un amore grande… un amore fatto di piccole cose… cose semplici… è scomparsa la fiducia in me stessa e negli altri… Vorrei ritrovare la dolcezza di una mano che ti accarezza i capelli… una mano che ti dia coraggio…

Una dicotomia che, sì, non manca di farti avvertire tutto il peso tragico di quanto sta

Ph Nelita Specchierla

scorrendo davanti a te ma lo fa in un gioco astuto di intenti quasi volto a ovattare le emozioni suscitate in chi assiste allo scambio tragi-comico tra il brigadiere e Francesca. Non è ancora giunto il momento di colpire. Paolo Genovese sta magistralmente tessendo la sua tela per condurti col più infido dei calcoli verso un finale quasi inaspettato ma dall’effetto dirompente di un pugno allo stomaco.

La verità esplode. Svanisce l’umorismo. I piani espressivi si fondono e Francesca, abbandonato il proprio, parla il linguaggio del brigadiere. Ma nemmeno ora vedremo i lividi, i graffi, i segni fisici del più vile dei tradimenti: saranno invece le ultime parole di Francesca a tracciare, come affilatissimi rasoi, cicatrici profonde sulla pelle e nella coscienza degli spettatori.

 Ed è questo che cerca chi decide di percorrere – con immagini, parole o qualsiasi forma espressiva – gli impervi sentieri del femminicidio: giungere a scuotere gli animi. Toccare corde intime. Risvegliare l’empatia e quel sentimento che fa sì che le miserie altrui arrivino al nostro cuore. Ma anche il più forte e deciso degli scossoni non può bastare. Purtroppo l’essenza profonda del problema sta in una consuetudine culturale, un’inquietudine che ha da sempre percorso ogni livello sociale, un costume mentale che vede nella donna qualcosa di cui disporre. È sul retroterra culturale che è necessario agire, educando donne e uomini all’accettazione, al rispetto di se stessi e dell’altro, alla consapevolezza che si è pari nella dignità e nei sentimenti. Universi differenti ma complementari. Non in lotta tra loro ma volti verso l’incontro delle individualità – quella maschile e quella femminile – che li contraddistinguono. Bisogna avviare un tam tam educativo capace di plagiare – nel senso più positivo del termine – l’intera comunità sociale. Che ogni donna  sia cosciente del proprio valore e di quali tratti somatici deve avere una relazione sana. Francesca credeva fosse quello l’amore – e come lei tutte coloro che rimangono intrappolate nelle spire dell’abuso. Nessuno le aveva fornito quelle “istruzioni” essenziali per poter comprendere dove stesse il giusto. Era confusa. Questo sono le

Ph Giovanni Cassarà

donne abusate: confuse. Disorientate. Cieche. Incapaci di vedere attorno a loro. Sole in mezzo agli altri. Sono immobili, intrappolate da chi è più forte di loro, da chi detta regole senza averne l’autorità. Avvolte da una cortina in mezzo alla quale, forse, distinguono solo ombre. Ognuno di noi ha la responsabilità di liberare il loro viso, di restituire quella capacità di vedere di cui sono state depredate. L’imperativo tra i tanti è quello di dire basta da subito. Di denunciare senza esitazione, senza vergogna, senza provare colpa. Non è nostra la vergogna quando decidiamo di riappropriarci della nostra vita e se anche ne usciremo distrutte troveremo in noi stesse la forza di ricostruirci.

L’8 ogni giorno #2

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. benny ha detto:

    Hai perfettamente ragione: bisogna cambiare il retroterra culturale e, purtroppo c’è ancora tanto da fare. Intanto, grazie per questo post.

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    1. farfallapurpurea ha detto:

      Grazie te per averlo letto e apprezzato: speriamo che qualcosa inizi a cambiare

      Piace a 1 persona

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