L’8 ogni giorno #2

il
Femminicidio:
Infinite sfumature di violenza
Quando si percorrono gli impervi sentieri del femminicidio – per citare le parole usate nel primo episodio della rubrica L’8 ogni giorno (leggi qui) –  è facile commettere la leggerezza di pensare che il fenomeno acquisti solo le sembianze della più efferata e fatale violenza. Utilizzato nel 2004 dall’antropologa messicana Marcela Lagarde questo sostantivo va ben oltre il significato che quotidianamente gli attribuiamo. Si tratta di una sorta di stargate che ci traghetta verso un’aberrante dimensione di subdola violenza fatta di una consolidata discriminazione di genere che investe ogni ambito della vita sociale. Perché è proprio nel tessuto culturale che il femminicidio – in tutte le sue angoscianti sfumature – prende forma e prospera.

fisica.

Il femminicidio è la forma estrema della violenza di genere contro le donne, prodotto dalla violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato attraverso varie condotte misogine, quali i maltrattamenti, la violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale, che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una condizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia.  (Marcela Lagarde)

Un consolidato sistema, dunque, che ognuna di noi conosce e ha sperimentato: una consuetudine che ha negato alle donne la pari dignità, le pari opportunità, i pari diritti. Una condotta criminale perpetrata anche a quei livelli che dovrebbero, invece, porsi come garanti e tutori di ogni essere umano a prescindere dal genere – per non parlare dell’orientamento sessuale, religioso, politico…

 Impossibile dimenticare – parlando dell’Italia – che siamo figli di abomini vergognosi come il delitto d’onore e il matrimonio riparatore. Vittime della stessa struttura legislativa che,

disattendendo ogni spinta di ampio respiro che la nostra Carta Costituzionale conteneva, e con chiarezza auspicava, ha aspettato fino al 1981 prima di abrogare questa norma ignobile per qualsiasi stato di diritto.

Orrore che prevedeva un’attenuante nel caso in cui l’omicidio di un coniuge (e qui la legge sembrava attuare un concetto di uguaglianza) 😢, di una madre o di una sorella fosse commesso nello stato d’ira determinato dall’offesa all’onor suo e della sua famiglia (Codice Penale, art. 587). Una norma che culturalmente andava a braccetto con la possibilità di evitare una condanna penale a colui che, dopo aver stuprato una donna, la conduceva all’altare, mettendo in atto un abuso reiterato e inquietante. Donna vittima del suo carnefice. Donna vittima dello Stato e delle sue leggi. Donna vittima della società. Sì, perché in una cultura – dal carattere mercificatorio – che considerava valore la verginità di una donna, colei che aveva subito lo stupro era merce avariata. Invendibile. Rovinata per la vita. Costretta a rinunciare a ogni realizzazione familiare o sociale e dunque costretta ad accettare il matrimonio riparatore.

Lascia sgomenti il solo pensiero di quanto una donna fosse vulnerabile di fronte al mondo. Soggetta ai capricci di un sistema maschilista che non teneva in alcun conto il suo valore. Il sesso femminile da

sempre è stato  svilito, maltrattato, escluso, con una sorta di strategia distruttiva, sordidamente volta ad annientare ogni tipo di autonomia e facoltà di autodeterminarsi. La donna doveva interpretare un ruolo di semplice comparsa.  Mai protagonista. Mai libera di gestirsi e decidere per sé. Impossibilitata, perché non le era concessa l’opportunità, di lasciare la propria impronta sociale.

Sospesa in un equilibrio precario e vincolata a muovere i passi di una danza che non era la sua. A lei non era riconosciuto il diritto di voto, il diritto alla proprietà, la prospettiva di un lavoro. La sua esistenza si esauriva laddove un uomo stabiliva si esaurisse. Dominata prima dal padre, dal fratello, poi ceduta a un marito: era sul fronte familiare e domestico che si consumava la sua prigionia. Un destino che si è tramandato nelle generazioni e che, simile a un’erbaccia infestante, attacca e distrugge ogni tipo di linfa vitale che anima l’universo femminile. E questo tipo di concezione è il demone da sconfiggere. Esso ammorba la mente di tutti quegli uomini che – ritenendosi ancora padroni della compagna, della figlia, della sorella… – sfogano su di lei i loro brutali istinti. Dobbiamo tristemente ammettere che sono queste fondamenta culturali, insieme a un distorto e immaturo immaginario emozionale e dei sentimenti – sia dei carnefici che delle vittime – a dare legittimazione a ogni tipo di forma di violenza sulle donne.

 

 

 

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5 commenti Aggiungi il tuo

  1. inchiostronoir ha detto:

    Basta.
    Una donna non va mai insultata, umiliata, picchiata, minacciata o uccisa. Né le donne, né gli uomini, di ogni età o ceto sociale.
    Spero che ci sarà una presa di coscienza mondiale e che questi orrori smettano. Ma anche spero che le autorità inizino ad ascoltare le vittime e a prendere provvedimenti seri contro i loro carnefici
    Questo week-end, migliaia di persone sono scese in piazza per manifestare, molti visi conosciuti si sono fatto il segno rosa sotto l’occhio… ma l’azione per aiutare realmente le vittime deve essere realizzata ogni giorno.

    Piace a 1 persona

  2. luisa zambrotta ha detto:

    Bell’articolo; bello e tragico

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    1. farfallapurpurea ha detto:

      Grazie: purtroppo è una realtà drammatica 😦

      Piace a 1 persona

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