Al mio meraviglioso figlio, Jason

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Al mio meraviglioso figlio, Jason.

Fin da piccolissimo, il tuo sorriso era capace di oscurare il sole e il temperamento allegro e il carattere dolce ti procuravano un’infinità di amici. Tutti quelli che ti conoscevano finivano per adorarti! A tre anni, il fatto di camminare era diventato troppo banale per te. Allora ovunque andavi, ballavi. E di tanto in tanto sculettavi! Una delle prime volte che l’hai fatto, tuo padre mi ha guardato. «Dove ha imparato a farlo?» Io ho scrollato le spalle. Non ti facevamo guardare la TV. «Non ne ho idea. È solo… Jason è Jason» ho risposto e sono venuta via con te, a giocare con la tua enorme collezione di macchine e pupazzi. A otto anni hai scoperto il musical. Volevi cantare e ballare sul palcoscenico, perciò hai partecipato all’audizione per una rappresentazione di semiprofessionisti. Eri solo un po’ troppo giovane, ma il regista è rimasto affascinato e sei diventato il più piccolo borseggiatore in una serie di Oliver, durata otto settimane!

Tuo padre amava Stevie Wonder e io, una ex rockettara, ero entrata nella mia fase country. «Come mai tutte queste melodie dei musical?» mi domandò tua nonna quando non facevi altro che suonare la colonna sonora del Giardino segreto, lo sorrisi. «Jason è Jason.»

A nove anni, a scuola, vi assegnarono un progetto: ‘scrivi una lettera a qualcuno che ammiri’. «Perché Bette Midler?» ti domandai quando mi rivelasti la tua scelta. «È la mia attrice preferita» proclamasti dopo aver visto Per favore ammazzatemi mia moglie trenta volte di seguito. Lei ti ha risposto e tu hai incorniciato la sua foto autografata, piazzandola al posto d’onore sopra il tuo comò.

«Wow, davvero interessante» dissi a tuo padre, dopo che ancora una volta ci trovammo d’accordo nel sostenere che eri veramente unico. «Chissà se gli piace anche Cher!» (E ti piaceva! Insieme a Bernadette Peters e Debbie Reynolds e…)

A dieci anni sei andato a vedere lo spettacolo in cui recitava un amico che avevi conosciuto mentre facevi la parte di Winthrop Paroo in The Music Man. Mentre tornavamo a casa mi hai domandato: «Sapevi che Charley Dude è gay?» «Sì» ho risposto io e ho aggiunto: «Non è stato magnifico stasera?» Tu eri della stessa opinione, ma sei rimasto insolitamente silenzioso per il resto del viaggio. Qualche giorno dopo vennero degli amici da noi a vedere un film, e mentre Eric e Bill stavano seduti vicini, sul divano, hanno cominciato con le loro solite battute. «Solleviamo la barriera anti gay!» annunciò Bill, evocando l’invisibile campo di forza che gli avrebbe consentito di restare seduto così vicino a Eric senza che gli altri facessero battute sui gay. Avrebbe dovuto essere divertente, ma io mi domandai che effetto potessero avere quelle battute su qualcuno che era gay. Quella stessa sera, dopo che tutti se ne furono andati e che tu eri a letto, tuo padre ed io discutemmo della cosa e ci trovammo d’accordo. Radunammo tutti e quattro i nostri amici e annunciammo che da quel momento in poi non si sarebbero più dovute fare battute sui gay in casa nostra. Niente più attacchi involontari ai gay. Perché se tu eri gay, ed io ero piuttosto sicura già allora che Dio ti aveva fatto così, non saresti cresciuto pensando di avere qualcosa di sbagliato. Qualche anno dopo, quando avevi quindici anni, volevi ancora che ti rimboccassi le coperte la notte. Perciò me ne stavo accanto al tuo letto a castello e parlavamo un po’ di come era andata la giornata. Nel frattempo raccoglievo i tuoi panni sporchi. Avresti dovuto metterli nella cesta del bucato, ma a volte sbagliavi mira. Una notte, hai fatto un profondo respiro e mi hai detto: «Mamma, credo di essere gay.»

«Lo so» dissi io, abbracciandoti e dandoti un bacio. «Ti amo. Ti amerò sempre. Dove hai messo i tuoi calzini sporchi?»

Uno o due giorni dopo ci sedemmo a parlare di sesso protetto e di sicurezza personale. Devo confessare che mi fece male al cuore dirti che c’erano persone là fuori, che neanche ti conoscevano ma che ti odiavano a prescindere, persone che avrebbero potuto provare a farti del male perché eri gay. Perché eri semplicemente te stesso. E quella volta toccò a te abbracciarmi e dire: «Lo so. Ma, mamma, il mondo sta cambiando.»

Oggi, mentre scrivo questo libro, tu hai diciotto anni. Sei un uomo e io sono molto orgogliosa di te. Sì, il mondo sta cambiando, ma non abbastanza velocemente per me. Mi sono indignata quando siamo andati alla sfilata del Gay Pride lo scorso giugno e hai visto quell’odioso, ignorante cartello che diceva: «Dio vi odia.»

Vorrei che la persona che lo teneva in mano ti avesse visto a tre anni, a otto, a nove, a dieci. Se lo avesse fatto, allora avrebbe capito che sei un vero figlio di Dio. Se lo avesse fatto, ora saprebbe che essendo gay non sei altro che Jason. Dio ti ama, io ti amo, papà ti ama. Senza riserve. Tu questo lo sai. E so che tu ami te stesso e ti accetti. Credi in te e sei forte. E proprio come quando avevi tre anni, permetti a Jason di essere Jason.

Continua a splendere, figlio mio!

Questa storia è per te.

(Ad alto rischio, Suzanne Brockmann)

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